Le misure del Governo per incrementare la liquidità dei comuni

Elementi chiave per favorire la ripresa economica sono la cura del territorio e la valorizzazione del nostro immenso patrimonio pubblico. I comuni sono artefici di più del 25% delle opere pubbliche italiane.

A causa della pandemia determinata dal Covid-19 stiamo vivendo una delle crisi più gravi dalla Seconda Guerra mondiale, che non è solo sanitaria ma anche economica e sociale, di sistema. Elementi chiave per favorire la ripresa nel nostro Paese sono senza ombra di dubbio la cura del territorio (come i non più procrastinabili interventi di mitigazione e riduzione dei rischi ambientali) e la valorizzazione del nostro immenso patrimonio pubblico (ammodernamento di infrastrutture vetuste e di immobili destinati al soddisfacimento e al benessere della comunità): questi due ambiti di azione possono divenire il cuore della rinascita economica, la risposta più efficace ai rischi incombenti di recessione e impoverimento del sistema delle imprese, delle reti dei servizi, delle attività produttive e delle famiglie. Ecco perché il patrimonio immobiliare e infrastrutturale pubblico è una risorsa che va valorizzata per favorire la ripresa.
Nel più ampio panorama di attori della Pubblica Amministrazione, i comuni sono artefici di più del 25% delle opere pubbliche italiane. A questo punto è interessante verificare da un lato quali sono le misure che lo Stato mette a disposizione degli enti locali per favorire la ripartenza, e dall’altro quali sono gli strumenti che i comuni possono utilizzare internamente per aumentare la loro resilienza.
Con il decreto “Rilancio” (DL 34/20) e con il decreto “Semplificazioni” (DL 76/2020), lo Stato si pone l’obiettivo di incrementare la liquidità dei comuni e facilitare l’accesso alle risorse introducendo misure per la semplificazione e l’innovazione digitale. I comuni, invece, devono mettersi nelle condizioni di massimizzare gli effetti positivi derivanti da questi interventi e cioè sfruttare al meglio le risorse già disponibili, definire piani degli investimenti mirati, consapevoli e strategici (mai più cattedrali nel deserto), migliorare il processo di gestione del patrimonio (sia in termini organizzativi, sia in termini di programmazione degli interventi), ponendosi obiettivi di redditività (possibili entrate) e non di mera diligente conservazione.
Oggi più che mai, il fattore imprescindibile per perseguire ed attuare obiettivi strategici e cogliere le opportunità derivanti da misure sovralocali è la profonda conoscenza del proprio territorio e del proprio patrimonio. Il che non è una novità: quando il Ministero Economia e Finanze (MEF) nel 2009 con la Legge 191, all’art. 2, comma 222 ha introdotto l’obbligo di comunicazione di dati e informazioni inerenti al patrimonio pubblico da parte di ciascun ente ha dichiarato: «La conoscenza puntuale e sistematica dell’attivo rappresenta il punto di partenza di un processo più ampio volto a promuovere la valorizzazione e lo sviluppo delle potenzialità del patrimonio pubblico».

“In media nei comuni i terreni inutilizzati sono il 40 percento”

Se questa comunicazione è stata vista inizialmente come l’ennesimo fastidioso adempimento, progressivamente si sta passando ad interpretarla come un forte stimolo all’avvio di un processo di conoscenza profondo e completo del proprio patrimonio, oggi necessario più che mai.
Ma per capire il potenziale che risiede nel patrimonio immobiliare dei comuni italiani è interessante considerare proprio i dati che emergono dalla fotografia che annualmente il MEF scatta in corrispondenza di questo adempimento: oltre ad apparire davvero consistente il valore patrimoniale complessivo, il numero dei beni disponibili rispetto agli indisponibili fa riflettere se si pensa che tutto quanto giuridicamente classificato come disponibile è potenzialmente alienabile.
Anche il dato che mette in evidenza i fabbricati inutilizzati dovrebbe favorire delle riflessioni, non fosse altro per ridurre il numero di beni di terzi in uso, fonte di rapporti passivi talvolta onerosi. In particolare i Terreni inutilizzati sono quasi il 40%: un gran potenziale inespresso, se pensiamo a politiche volte alla riqualificazione territoriale e ambientale, ma anche alla rivitalizzazione economica e sociale di un territorio.
Dall’altro lato sono molti i beni concessi dai comuni a titolo gratuito. Argomento delicato, considerato che la gratuità nella concessione di un bene è l’extrema ratio (parere Corti dei Conti Veneto n. 33/2009) e che se non adeguatamente motivata (utilità sociale per la comunità maggiore del ricavato economico) può determinare un danno erariale. Su questo aspetto non si possono dimenticare i possibili benefici fiscali derivanti da un inquadramento della gestione del bene progettato nel rispetto della normativa ed inserito in un regolamento d’uso dei beni immobili di più ampio respiro.
Le riflessioni indotte da una seppur veloce lettura di questi numeri confermano che per cogliere le opportunità e sfruttare a pieno il potenziale del patrimonio dei comuni italiani, c’è bisogno di una conoscenza profonda e trasversale (per le svariate competenze richieste) che porta ad un ulteriore valore aggiunto in termini di consapevole ed efficiente gestione del patrimonio.
Tra i più significativi spunti operativi utili all’avvio di un percorso di gestione strategica ricordiamo: l’analisi dei terreni e delle opere di urbanizzazione non cedute dai lottizzanti, il tema del riordino del demanio stradale come prerequisito al catasto strade, i diritti di superficie e di enfiteusi e le correlate politiche di riscatto e di affrancazione, i possibili benefici derivanti da un corretto inquadramento commerciale dei cespiti, la riqualificazione del patrimonio abbandonato, il Sistema Informativo Territoriale e più in generale strumenti che consentano di condividere le svariate informazioni patrimoniali tra tutti gli attori coinvolti.