Stefano Epifani è uno dei maggiori esperti di digitale. Docente di Internet Studies alla Sapienza, dal2010 collabora con L’ONU sugli impatti della trasformazione digitale nei processi di sviluppo urbano sostenibi­ le. Nel2012 fonda Tech Economy, oggi Tech Economy 2030, il primo magazine italiano suLLa sostenibilità digitale. Nel 2015 fonda il DigitalTransformation lnstitute.  Il suo ultimo libro si intitola “Perché la SOSTE­NIBILITÀ non può fare a meno della trasformazione DIGITALE”.

Se c’è un aspetto positivo del Covid, probabilmente è la trasformazione digitale a passi forzati della Pubblica Amministrazione italiana: SpID, pagoPa, solo per fare due esempi. Siamo sulla giusta strada questa volta?
Sì ma il rischio è trovare soluzioni emergenziali a problemi strutturali, e questa cosa non funziona mai tanto bene. Poi bisogna stare attenti alla differenza tra digitalizzazione e trasformazione digitale. Abbiamo digitalizzato molti processi ma non abbiamo trasformato digitalmente questi processi. Un esempio è il click day del bonus mobilità, con lo spostamento delle file dall’ufficio a internet. Risultato? Tutto bloccato per sovraccarico dei server. Un po’ come se Amazon andasse giù durante il Black Friday. Se passiamo dalla coda allo sportello al click day vuol dire che stiamo lavorando male.

È necessario, quindi, cambiare i processi piuttosto che dotarsi semplicemente di strumenti tecnologici e app? Hai qualche consiglio a questo riguardo da dare agli amministratori locali e soprattutto al governo?
Precisiamo un concetto, a scanso di equivoci: il digitale non è soltanto uno strumento di automazione, è uno strumento trasformativo. Detto questo, dobbiamo porci la domanda: cosa diventa il territorio del mio comune grazie al digitale? Significa pensare in termini di servizi ai cittadini, alle imprese e agli uffici. Il digitale può essere uno strumento per disegnare un modello ma il modello va pensato prima. Senza una visione di società sapete che succede?

No, cosa?
Che il digitale andrà nella direzione che conviene alle grosse piattaforme (Google, Facebook, Microsoft, Apple, ndr) ma non necessariamente si trasformerà in un vantaggio per il cittadino.

“Il digitale può essere uno strumento per disegnare un modello ma il modello va pensato prima.
Senza una visione di società il digitale andrà nella direzione che conviene a Google, Facebook, Microsoft e Apple ma non necessariamente si trasformerà in un vantaggio per il cittadino”

Tornando alla domanda precedente.
Il consiglio è: scordiamoci il digitale e guardiamo alla società che vogliamo. Poi, dopo che abbiamo deciso che società vogliamo, che è un discorso davvero politico (e questo si può fare sia a livello macro, statale, che micro, comunale), cerchiamo di capire come il digitale in un’ottica di sostenibilità ci consenta di perseguirlo. Altrimenti invertiamo l’oggetto con il soggetto da osservare.

Che è il tema del suo ultimo libro.
Dobbiamo uscire dall’equivoco per il quale la sostenibilità riguardi soltanto l’ambiente. La sostenibilità è una questione di sistema, riguarda la possibilità di costruire una società migliore senza intaccare il nostro sistema di risorse, garantendo un modello sociale che favorisca le persone. Dobbiamo uscire da un discorso astratto del tipo “l’intelligenza artificiale è buona o cattiva?”, “il digitale fa bene o male?” ma sviluppare un percorso di pensiero che ci aiuti a capire come il digitale possa diventare strumento di sostenibilità.

La strada sembra lunga: l’Indice di Digitalizzazione dell’Economia e della Società, lo strumento della Commissione Europea per monitorare la competitività digitale degli stati, ci restituisce dati allarmanti: il 58% degli italiani non possiede competenze digitali di base.
La strada è lunga e non solo per le competenze digitali. Secondo il PIAAC, il programma dell’OCSE di valutazione delle competenze degli adulti, l’Italia è all’ultimo posto per competenze linguistiche e numeriche. In altre parole, parliamo male e non sappiamo far bene di conto. È naturale che non sappiamo nemmeno sfruttare gli strumenti digitali. Questo significa che siamo utenti delle tecnologie piuttosto che attori, sudditi delle grandi piattaforme.

“Internet entra nelle cose e le trasforma” è una sua frase. L’Internet of Things in che modo potrebbe agevolare il lavoro all’interno degli uffici pubblici?
L’Internet of Things serve alla Pubblica Amministrazione nella misura in cui è inserito in un sistema di servizi e funzioni che risponde a un modello che oggi dobbiamo avere la lungimiranza di disegnare. Per cui se guardiamo all’Internet of Things, l’internet delle cose, dobbiamo anche guardare al 5G, all’intelligenza artificiale. Con un ecosistema così composto possiamo immaginare un futuro in cui la Pubblica Amministrazione può disporre di una quantità tale di dati, di modelli di elaborazione delle informazioni sulle città, sugli utenti dei servizi, sull’ambiente, sulla situazione economica che consentono di portarci verso modelli basati sulla Data Driven Decision (un processo decisionale basato sui dati e la loro analisi, ndr).

Dia un consiglio agli amministratori locali e nazionali.
Se dobbiamo parlare ad amministratori locali dobbiamo dire che bisogna ripensare i modelli urbani, ricostruire il senso dei centri abitati e capire il ruolo dei diversi attori che lo popolano. Nell’elaborazione di questa strategia, l’amministrazione deve essere affiancata da una serie di attori, come le società di servizi, per costruire un sistema che fornisca servizi efficienti – appunto – sia agli uffici pubblici, sia ai cittadini. Questo però può avvenire solo sulla base di modelli basati sul digital twin, gemelli digitali delle città che raccolgono i dati permettendoci di simulare situazioni reali e quindi di sviluppare modelli di tipo predittivo. In questo modo si valorizzerebbero anche le grandi public utilities o chi gestisce le infrastrutture in chiave di contrapposizione con le grandi piattaforme private come Google o Facebook. Queste ultime definite estrattive, perché estraggono dati dagli utenti per portarli altrove, a differenza delle prime che sono enabling transformation, che restituiscono il valore di quei dati alle comunità da cui li hanno presi. È questo il nuovo urbanesimo.

Il valore del digitale è tanto più alto e importante quanto più ci si trova in zone poco o per niente urbanizzate

Un discorso simile a quello che propone l’architetto Stefano Boeri quando parla di contrasto allo spopolamento, questione imprescindibile per i piccoli comuni.
Assolutamente sì. Ed è per questo che non ha più senso parlare di smart cities ma è più appropriato parlare di smart communities, territori intelligenti, connessi, in cui i cittadini hanno accesso ai servizi indipendentemente dal comune di provenienza. Il valore del digitale è tanto più alto e importante quanto più ci si trova in zone poco o per niente urbanizzate.

Tornando alla domanda iniziale, non è un passo che si sta già compiendo con ANPR, pagoPa, SpID, app IO e digitalizzazione dei servizi dei comuni?
Sì, si sta seguendo un’accelerazione in questo senso. In più il Governo sta sviluppando strategie per avvicinare i cittadini a questi strumenti. Come il bonus della Lotteria degli Scontrini che ci consentirà di avvicinare centinaia di persone all’app IO che altrimenti sarebbe stata misconosciuta.

Quello che ha tentato di fare anche quest’estate con il Bonus Vacanze.
Sì, però non dimentichiamo che se da un lato si sta spingendo verso il libero accesso al digitale, dall’altro non si garantiscono ancora le condizioni per cui questo accesso si verifichi, penso alle aree rurali del paese che a questo modello non possono accedere, all’insegnamento dell’educazione civica digitale. E quindi sviluppiamo un’infrastruttura diffusa, costruiamo le competenze e la visione di futuro.

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Direttore LinkPA