È colui che smaterializza documenti, grafici, immagini e li fa diventare byte. È colui che rivoluziona i processi. È colui che prende per mano strutture analogiche, spesso pesanti, e con app, cloud e piattaforme online le rende fruibili ovunque, le fa diventare leggere e accessibili. È il demiurgo digitale di ogni ente. È il Responsabile della Transizione Digitale (RTD), cioè quel professionista che ha il compito di traghettare e rendere operativa la strategia nazionale di digital transformation, rimodulandola al contesto del singolo ente in cui opera. Sua è la responsabilità di guidare l’ente nella costruzione del piano strategico/esecutivo e dell’attuazione del processo di trasformazione digitale.

La trasformazione digitale
Il lockdown ha portato ad una rapida accelerazione del processo di trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Un percorso avviato da oltre quindici anni e da tempo in stallo, nonostante la successione dei tre piani di digitalizzazione.
Oggi, con l’approvazione del nuovo Piano triennale per l’informatica 2020-2022 il Governo ha dato una brusca accelerazione, almeno nelle intenzioni, con un regolamento tecnico, delle linee guida e una scadenza unica, il 28 Febbraio, termine ultimo per le pubbliche amministrazioni per adottare SpID, Carta di Identità Elettronica (CIE) e pagoPA.

Gli obiettivi del Piano Triennale
Il Piano individua sei ambiti di azione, i servizi, i dati, le piattaforme, le infrastrutture, l’interoperabilità, e la sicurezza, indicando per ciascuno gli obiettivi da raggiungere, i ruoli coinvolti ed il piano temporale di per ogni singola attività.
Alla base delle indicazioni c’è la consapevolezza che bisogna invertire le consuetudini consolidate: non si può pensare al processo fisico, con documenti cartacei riportati poi in digitale, ma bisogna pensare ai processi mettendo al centro il digitale. Bisogna rendersi conto che il digitale è la modalità per default, tutto il resto è l’eccezione.
Tra gli ambiti indicati, ad esempio, per i servizi gli obiettivi sono di aumentare l’erogazione dei servizi digitali, migliorandone esperienza d’uso e accessibilità. L’RTD ha in questo un ruolo centrale, poiché è l’interfaccia tra AGID, Dipartimento per la Trasformazione digitale e l’ente.

Sfide ed esigenze degli RTD
Ciascun RDT si muoverà all’interno del proprio contesto: le esigenze dei piccoli comuni saranno certamente diverse da quelle dei grandi e dalla PA centrale. È però possibile individuare una serie di sfide che accomunano tutti gli RDT.
1) Gli strumenti. Ormai nel Piano Triennale si danno per consolidati alcuni strumenti tecnologici. Cloud, interoperabilità, ma anche SpID e CIE sono considerati la norma. Per adottare questi strumenti non basta un click, invece è necessaria un’attività progettuale articolata, equiparabile a quella delle grandi infrastrutture, e richiede l’intervento di esperti e l’investimento delle relative risorse necessarie.
Per venire incontro agli enti meno strutturati, la norma prevede che le pubbliche amministrazioni possano fare rete per scambiarsi pratiche e strumenti, promuovendo processi di coordinamento sia nell’ambito di progetti che scaturiscono dall’attuazione del Piano Triennale, sia da nuove iniziative che nascono spontaneamente a livello locale.

2) Prendere decisioni strategiche. I tempi di attuazione della transizione digitale, sebbene le scadenze siano imminenti, non si esauriscono nell’arco di un breve periodo. L’RDT accompagna l’ente verso un modello di maturità digitale ed è in questa ottica che deve inquadrare il suo ruolo. Di conseguenza, anche le scelte tecnologiche devono essere inquadrate su strategie di lungo periodo.
Proprio per questo, non è necessario che l’RDT sia un tecnico in senso stretto, poiché ciò che gli è richiesto è di fornire la strategia all’ente e definire i macro passaggi attraverso cui tale strategia si concretizza. Ed è infatti alla luce della strategia e dei macro obiettivi che è possibile prendere decisioni operative, che privilegiano un’azione a scapito di un’altra.

3) Collaborare in ecosistemi locali. Il lavoro dell’RDT è trasversale e coinvolge una pluralità di attori, anche all’esterno del comune, che devono cooperare insieme se si vuole che il processo abbia successo. I singoli attori vanno coinvolti e l’adesione si ottiene esplicitando al meglio obiettivi e strategie comuni.

4) Accrescere le competenze interne all’ente. La trasformazione digitale richiede di accrescere le competenze sugli strumenti della digitazione, a tutti i livelli dell’ente: a livello tecnico, dei sistemi informativi e dei dipendenti comunali.
Ad esempio, per il personale tecnico, gestire una infrastruttura in cloud richiede conoscenze completamente differenti dal gestire una infrastruttura in house. Ma anche i dipendenti comunali, che dovranno fornire assistenza ai cittadini sugli strumenti promossi dal Piano della digitalizzazione, dovranno conoscere SpID, pagoPA, CIE, per spiegarli a loro volta ai cittadini che dovranno utilizzarli.

5) Conoscere le esigenze del territorio. È inutile pensare agli strumenti informatici più avveniristici senza conoscenza del territorio. Ad esempio, il territorio è raggiunto da un’adeguata connettività? I cittadini posseggono i dispositivi digitali? Le fasce più anziane della popolazione posseggono uno smartphone? Se lo posseggono, probabilmente, avranno bisogno di supporto per l’abilitazione.
Conoscere se ci sono elementi di fragilità nel territorio consente all’RDT di approntare azioni correttive.

6) Fare rete tra gli uffici dell’ente.
La digitalizzazione coinvolge tanti uffici. Non si può lavorare per compartimenti separati, ma è importante che ci sia un allineamento generale ed un’autentica concordanza di obiettivi, in particolare tra chi ha l’esperienza con le tecnologie e chi ha la conoscenza del territorio.

7) Comunicare la trasformazione digitale. Perché la comunicazione è importante per la trasformazione digitale? Le risposte sono tante.
Secondo il rapporto DESI 2020 della Commissione Europea, il problema dell’Italia non è tanto la disponibilità di servizi digitali, quanto il loro utilizzo. Per quanto riguarda la disponibilità dei servizi che possono essere chiesti e ottenuti dai cittadini interamente on line (ad esempio, un cambio di residenza), senza necessità di completare la procedura negli uffici, nel 2019 l’Italia ha un punteggio pari a 92, superiore alla media europea di 91. Se invece si analizza la percentuale di utenti che negli ultimi 12 mesi hanno inviato moduli alla PA attraverso canali digitali, l’Italia ottiene il peggior risultato, classificandosi ultima, con solo il 32% dei cittadini rispetto alla media europea di 67%.

È fondamentale prevedere, la normativa stessa lo prevede, attività di sensibilizzazione, diffusione e formazione. Bisogna comunicare con gli utenti, spiegargli cosa sia SpID o l’appIO, come si fa un pagamento informatico. In questo la digitalizzazione aiuta, perché riduce tempi e distanze.
C’è moltissimo da fare in un tempo ridotto e le competenze digitali dei cittadini sono un fattore importante per il successo del progetto.