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Per prepararsi ad accogliere i principi in definizione degli Itas è necessario verificare le banche dati inventariali utilizzate per la rendicontazione economico patrimoniale

 

Dall’uscita dell’ultimo articolo sugli ITAS 4 sono state pubblicate le Linee Guida, che da un lato chiariscono alcune applicazioni pratiche fornendo esempi operativi, dall’altro ricordano che ITAS 4 rappresenta il valore di carico entry level di una immobilizzazione in regime di vigenza del principio. Si è in attesa della pubblicazione del cosiddetto “manuale di passaggio” – ex ITAS 19 – che dovrà stabilire i criteri per la prima applicazione del set di principi ITAS.
Questo momento può essere utilizzato dagli enti per prepararsi ad accogliere adeguatamente i principi in definizione. Verificare, cioè, in modo approfondito le qualità delle banche dati inventariali, oggi utilizzate per il processo di rendicontazione economico patrimoniale, secondo il Dlgs 118/2011.

 

Cosa fare e cosa non fare

In sostanza, per applicare correttamente i principi Accrual dobbiamo essere certi che:

  1. la banca dati sia completa (mappatura beni di proprietà e in concessione)
  2. la banca dati sia correttamente qualificata (comprensiva di tutte le caratteristiche che ne permetteranno un’agevole riclassificazione col nuovo piano dei conti)
  3. solo così potremo occuparci dello terzo step, quello di valorizzazione.

Pensare di saltare i primi due passaggi sarebbe come preoccuparsi del sistema di allarme o dell’impianto di condizionamento in una casa che ha dei solai pericolanti.

Per esempio, non si possono mantenere come base dati l’esito di fotografie scattate anche 20 anni fa, con strumenti tecnologici certamente non paragonabili a quelli di oggi, volte ad individuare un valore storico faticosamente tenuto aggiornato, a ridosso delle scadenze del consuntivo, arrivando addirittura ad attribuire alla matrice di correlazione l’onere della corretta imputazione al cespite.
Non si può non rilevare le cause di variazioni patrimoniali di tipo extra contabile (dalle opere a scomputo oneri alle permute, dalle casistiche di beni acquisiti da confisca alle mafie a lasciti, dalle variazioni nelle destinazioni d’uso del bene a variazioni catastali, dall’attribuzione di vincoli alle migliorie apportate da Soggetti Terzi in virtù di convenzioni o simili).
Si deve, invece, cominciare a tenere conto del fatto che molti dei terreni presenti nelle nostre banche dati sono, in realtà, pezzi di viabilità e che ci sono strade i cui sedimi sono, di fatto, intestati a terze parti. Si deve trattare la categoria delle immobilizzazioni in corso non come un mero contenitore utile a far quadrare apparentemente i conti ma come la corretta fotografia della portata degli investimenti che l’Ente sta sostenendo gestendone accuratamente la chiusura per il corretto conteggio degli ammortamenti. Così come è bene gestire con attenzione l’attribuzione della natura giuridica al bene anche per la necessità di coerenza con le tipologie contrattuali associabili laddove il bene sia dato in uso a terzi.
Un altro accorgimento necessario, è quello di ricostruire le fonti di finanziamento per un’altrettanto fondamentale rappresentazione del patrimonio netto ed una corretta applicazione degli ammortamenti attivi. Sarà necessario individuare l’eventuale presenza di beni che, seppure non in proprietà, qualifichino l’nte come reporting entity e cioè l’entità che rappresenta la fonte primaria di informazione ai destinatari del bilancio e come tale è tenuta ad inserire nel proprio attivo il bene; in sostanza i casi dei cosiddetti beni di terzi che, in virtù di concessioni, determinano il passaggio dal concedente al concessionario della capacità/onere di controllo del bene (pochi enti li riportano, oggi, tra i conti d’ordine e in nota integrativa; qualcuno li comunica sul portale del tesoro in relazione all’adempimento dall’art. 2, comma 222 della legge n. 191/2009).

Collaborazione necessaria

In buona sostanza, se si vuole creare il giusto presupposto all’accoglimento dei principi Accrual sarà fondamentale ri-mappare il nostro patrimonio tendendo presente che, data la trasversalità di competenze e formazione richieste, l’unico modo per farlo è aprire le porte dell’ufficio ragioneria ai colleghi tecnici e ai colleghi amministrativi ed avviare un dialogo, superando il postulato secondo il quale, trattandosi di un tema che alimenta prospetti contabili, si debba interpretare come un esclusivo “compito della ragioneria”. Ancora meglio: intervenire a livello organizzativo assegnando un ruolo strategico agli “uffici patrimonio” che siano in grado di sostenere le diverse sfaccettature di questa tematica complessa ed interfacciarsi con la direzione dell’ente e la compagine politica con le skills necessarie.

Così facendo si innescherà una sinergia che si tradurrà non solo in benefici trasversali ad altri adempimenti connessi alla sfera patrimoniale (si pensi ad esempio alla comunicazione al MEF dall’art. 2, comma 222 della legge n. 191/2009 che risulterà svolta in modo corretto ed efficiente) ma anche e soprattutto nella disponibilità di un quadro conoscitivo propedeutico a scelte strategiche consapevoli (come la produzione del piano delle alienazioni e valorizzazioni, alla messa a reddito tramite l’impostazione di criteri gestionali/detentivi oculati o ai risparmi fiscali derivanti da una corretta impostazione commerciale dei cespiti). Così facendo si interpreterà un obbligo normativo come occasione di consapevolezza, base imprescindibile per una buona gestione della res publica.

Responsabile Area Inventario e Patrimonio di Kibernetes | + articoli